Il cavallino di Cristallo, di Cinzia Cognetti

Il jingle bells entra nelle orecchie. Sfonda la porta della pazienza. È spalancata solo la speranza di veder finire questa notte il prima possibile. Il neon delle insegne natalizie trapela dalle fessure delle tapparelle: è una mitraglia di luce. Uccide la volontà di lasciarmi abbandonare al sonno.

 

Mi rigiro nel letto. Stanca. La testa pesante schiacciata sul cuscino. Schiacciata dal ricordo di un Natale lontano che è straniero al mio presente. Sono forestiera in una città che non mi appartiene, che non sa nulla di me. Ci sono arrivata per trovare rifugio dalle raffiche del passato; ma continuano a sferzare. Vengono a cercarmi anche in questo monolocale di venti metri quadri nel XIII arrondissement.

Ho freddo e non ho nulla che mi riscaldi. Le coperte non bastano, gli anni neanche. Dicono che il tempo curi le ferite dell'anima; ma è una medicina amara che non sortisce alcun effetto su di me.

 

Distolgo lo sguardo dai pensieri e vedo la finestra. Un fumo denso si eleva da un comignolo. Grigio, come quello che fuoriusciva dal caminetto della mia casa d'infanzia. Quello però profumava di famiglia e mandarino. Gettavo sempre delle bucce dell'agrume tra le fiamme che scoppiettavano. Calore del sud, affetto. Era un rituale dopo la cena natalizia. Adesso di questa tradizione non è rimasta che cenere.

 

Basta! Devo prendere aria.

 

Apro la finestra. Il rumore della felicità altrui non risveglia la mia. Lei dorme, lei ci riesce. Mi affaccio. Un bambino ride sventolando un palloncino a forma di cavallino appena donato da una donna. Dalla premura nello sguardo sembra essere la madre. Mi manca quello sguardo, mi manca la mamma. Questa stessa notte di dieci anni fa anche lei doveva regalarmi un cavallino, ma di cristallo. Era impennato e con le sfumature verdi.

 

«L'avrai il 25 dicembre, promesso.»

 

Mi disse una mattina sorprendendomi a fissarlo incantata in una vetrina del paese. Era un nostro segreto. Un segreto mai rivelato. La promessa non venne mantenuta perché si frantumò una sera di novembre con la sua morte. Avvenne tutto velocemente: il malore, la corsa in ospedale e la fine della mia infanzia. Niente sarebbe stato più come prima. Un cristallo in mille pezzi non si può aggiustare e la mia vita è stata ridotta così.

 

Sono andata avanti ma nel profondo si è rotto qualcosa di irreparabile.

 

Squilla il telefono: è Alain, il mio ragazzo. Rifiuto la chiamata e accetto la tristezza. Lui mi cerca da giorni, però non voglio parlargli. Non ne ho la forza. Sono sfinita dal vortice del passato che mi risucchia e riporta in dietro con la mente. Mi butto sul letto e aspetto. Attendo che arrivi la mezzanotte, che questa terribile notte termini.

 

Un bussare alla porta. Lasciatemi stare! Mi viene da gridare. Insiste. Mi alzo lentamente. Le gambe cedono mentre la apro. Temo di cadere sul pavimento. Gelido. Diventerebbe difficile rialzarmi. Non c'è nessuno nel corridoio, solo un pacchetto. È di Alain.

 

C'è scritto “fragile”.

 

Non mi va di scartarlo ma mi sento in colpa per la mia latitanza con lui. Tra i pallini di polistirolo compare la testa di un cavallino di cristallo. Continuo a scavare. È lo stesso cavallino che dieci anni fa non sono riuscita a stringere tra le mani. Ritrovo le energie. Mi precipito fuori l'appartamento e raggiungo il mio ragazzo in strada.  

 

«Credevo non mi volessi vedere.» Dice afflitto.

 

«Perdonami, volevo stare un po' sola... perché questo regalo?» gli chiedo, mostrandogli il dono.

 

«I tuoi occhi brillano quando ti soffermi davanti le vetrine delle cristallerie. Niente sembra renderti più felice.»

Mi sorride con una dolcezza disarmante e io lo stringo forte a me. Lo abbraccio con tutta me stessa. Le lacrime scendono verso il mento e alzo la testa al cielo.

 

La promessa è stata finalmente mantenuta.