"SYNGUE' SABOUR" di Elisabetta Giuliani

Da qualche parte, in una terra dove gli uomini si fanno la guerra, una giovane donna veglia su suo marito. O meglio su cio’ che ne resta. Una pallottola alla nuca lo ha ridotto ad un vegetale. Non parla, non sente, non si muove più. Ci si domanda com’è possibile che sia ancora in vita... 

 

Inizia cosi Syngué Sabour, il film tratto dall’ononimo romanzo dell’autore afghano Atiq Rahimi. 

Ed io che in questo giorno sono a caccia di verità e rivelazioni, ne ho trovata qualcuna in un piccolo cinema a Parigi. 

 

 

Syngué Sabour, letteralmente la «pietra della pazienza». Nella mitologia persiana la pietra della pazienza è un oggetto magico. Chi ha la fortuna di incontrarne una nel corso della propria vita, deve prenderla e tenerla sempre con sé. Per raccontarle tutti dolori, le disgrazie, i segreti più intimi e oscuri che abitano la nostra esistenza. Syngué Sabour accoglie ogni frammento di vita raccontata, custodendo così le confessioni più scomode, quelle che non potremmo mai rivelare a nessuno. Come una spugna, questa pietra magica assorbe tutte le verità che le sono confidate fino a che un giorno, stracolma di dolori, esplode. Et libera nos a malo.  

 

Il film racconta di una giovane donna senza nome, che giorno dopo giorno accudisce un corpo inerme. Il corpo di suo marito. Inizia piano piano a parlargli, come non aveva mai osato fare in dieci anni di matrimonio, forse in tutta la sua vita di donna. Tra monologhi e preghiere ad Allah, la donna si rivela e racconta la sua vita soffocata. Prima da un padre violento, poi dalle leggi spietate di una religione e di una società che incatena le sue figlie. Rimprovera il suo stesso marito per aver scelto le armi al posto della famiglia.

 

I giorni passano, le verità rivelate si fanno più intime e difficili. La donna si libera attraverso queste confessioni e spera nel cambiamento. Un giorno suo marito si sveglierà dal coma e sarà finalmente pronto ad amare. Non sarà più lo stesso, feroce e indifferente. Dopo aver tanto ascoltato in silenzio, sarà in grado di capire i sentimenti della moglie, i suoi desideri, le sue paure, i suoi sacrifici. Quel corpo inerme diventa per lei una Syngué Sabour, una personalissima «pietra della pazienza». Giorno dopo giorno, quel corpo duro come la pietra, raccoglie e assorbe in silenzio le confessioni e i segreti della giovane donna. Un giorno, anche lui esploderà...

 

Ognuno di noi vive con la sua « pietra paziente ». La troviamo in certi luoghi cari, oppure in quegli oggetti dell’infanzia che conserviamo così preziosamente. Talvolta, ci capita di confidarci alle piante che curiamo oppure parliamo ai nostri animali domestici come se potessero risponderci. Più simbolicamente, la Syngué Sabour può nascondersi anche nelle nostre piccole manie ripetitive, quei rituali che onoriamo di continuo perché ci rassicurano. 

 

E a volte queste "pietre pazienti" sono le  persone che amiamo. Sono i nostri amori, le nostre famiglie, i nostri amici. Riversiamo su di loro tutte le nostre frustrazioni, il nostro malessere, il nostro dolore... senza accorgerci del male che facciamo.

 

Ogni Syngué Sabour esplode prima o poi, lo dice la leggenda. E se è vero che da un lato libera, dall'altro inevitabilmente distrugge.

 

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