"SOGNO E LINGUAGGIO", di Elisabetta Giuliani

Mi sveglio stamattina all'ora scelta dal mio corpo. Privilegio e condanna del tempo delle “vacanze”. Attendo questa pausa tutto l’anno e, quando arriva, non so davvero cosa farne. Oggi ho dormito più del solito. Forse sono stanca. O, forse, ho poca voglia di interrompere troppo presto i miei sogni.

 

 

Una volta, su Facebook, mi ero iscritta in un gruppo che analizzava i sogni della gente. La cosa mi divertiva perché ci ho sempre trovato, in questa pratica, qualcosa di magico. Mi piace credere che la parte più intima di noi voglia talvolta comunicarci qualcosa. Avvertirci di certi pericoli, o aiutarci a vedere le cose con chiarezza. Quella voce lì, gli psicologi la chiamano inconscio. Altri, i poeti, anima.

 

Io so solo che è la cosa di me più vecchia che conosco. La quintessenza delle mie verità e delle mie bugie. Un distillato puro di tutto ciò che sono. Quello che manca di me, quando vado via. Il resto, la sottrazione, l’ombra che si disegna per terra se la luce m’attraversa e il corpo le fa scudo.

 

Leggendo e commentando sogni e incubi dei membri di questo gruppo, mi sono poi accorta che i miei erano un po’ diversi. Non tanto nei contenuti, che potevano più o meno compararsi, quanto nella forma. Direi, nel linguaggio. Come in una Babele di senso, i miei sogni sono affollati da suoni e simboli che sembrano parlare più lingue. Raccontano almeno due culture, quella madre italiana e quella adottiva francese. Ora intercambiabili, sovrapposte, ora stridenti e inconciliabili. La ragione cartesiana e la fantasia mediterranea.

 

Per questo motivo, ciò che mi accade - Freud direbbe ciò che faccio accadere  - nei miei sogni non può essere facilmente raccontato ad un interlocutore monolingue. Qualcosa va sistematicamente interrotta, taciuta o deformata, perché non trova corrispondenza nella lingua dell’Altro.  Direi, nello schema cognitivo che è scolpito dalla lingua.

 

Così, mi racconto fin dove so che potrò essere capita. Faccio ricorso a tutta una gamma di filtri, e traduzioni infedeli. Per evitare i malintesi con il mondo, ”male intendo" me stessa. Nella vita quotidiana, nel mio lavoro di scrittrice, mi pare talvolta di dover mutilare i significati delle cose.

 

Esistono solo due “spazi”, due sole dimensioni, in cui posso lasciare alla parola il mistero della sua ambiguità. Sono il momento del Sogno e quello della Poesia. La scrittura poetica mi salva dal ragionamento malinteso. Il viaggio onirico mi libera dalle trappole del linguaggio.

 

Mancano pochi giorni e poi sarà Pasqua. E poi sarà estate. Cambierà l'ora legale, ritirerà tempo al sonno, al Sogno...

Allora faccio come posso, e lo riporto indietro. E lo riporto a te.

 

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