"L'ACQUA SENZA MEMORIA", di Roberto Cantoni

La musicista new age Enya ci ha fatto una canzone, il regista Héctor Fáver un film, il drammaturgo Shelagh Stephenson una commedia. Ed è bene che la memoria dell'acqua, soggetto di queste tre opere e ouverture di Immersione, resti a far parte del mondo delle arti. Perché, come ipotesi scientifica, lascia il tempo che trova. Cattivo tempo, nello specifico...

 

Cosa dice l'ipotesi della memoria dell'acqua, che dal 1987, epoca in cui fu formulata dall'immunologo francese Jacques Benveniste, è diventato uno dei concetti più citati dai difensori dell'omeopatia (la cui invenzione, invece, precede di quasi due secoli il concetto di memoria dell'acqua)? In sostanza, che le molecole d'acqua sono capaci di mantenere un 'ricordo' delle sostanze che vi vengono precedentemente disciolte, indipendentemente dal numero di diluizioni successive, e anche nel caso in cui nella soluzione non dovesse restare più neppure una singola molecola della sostanza originaria. Di conseguenza, si potrebbero creare farmaci a base di acqua che abbia memorizzato il principio attivo X, e l'effetto sarebbe uguale a quello di un farmaco industriale, ma con il vantaggio di sottoporre l'organismo umano a un trattamento 'soft' rispetto a quello abituale.

Una scoperta sensazionale. O almeno lo sarebbe stato se qualcuno, dopo Benveniste, fosse riuscito a riprodurla in laboratorio nelle condizioni abituali di una ricerca scientifica sperimentale. Ma così non è stato. Del resto, quando l'articolo di Benveniste del 1987 fu pubblicato sulla celebre rivista Nature l'anno successivo, fu ritenuto opportuno accompagnarlo con una nota di cautela da parte del direttore della rivista, John Maddox. Nella nota si sospendeva il giudizio scientifico finché non fossero stati riprodotti i risultati dello scienziato francese. Perché questa cautela? Perché le grandi case farmaceutiche mondiali – anche note come Big Pharma - non volevano che l'omeopatia ricevesse un sostegno da una rivista importante quanto Nature? Per quanto la cattiva reputazione di cui gode Big Pharma sia in gran parte giustificata, la ragione, almeno nel caso in questione, era un'altra. La teoria alla base dello studio di Benveniste andava contro le conoscenze convenzionali ben stabilite in fisica chimica. Da cui i piedi di piombo di Nature.

 

Piedi di piombo che si sono dimostrati adeguati, visti gli sviluppi della vicenda, che hanno finito per screditare l'ipotesi di Benveniste, infliggendo tra l'altro un altro forte colpo all'omeopatia. Ma non all'industria dei rimedi omeopatici, che invece ha continuato a proliferare indisturbata vendendo essenzialmente prodotti a base di acqua e zucchero, ma a prezzi decisamente più alti. Singolare, tra l'altro, che mentre gli utenti di rimedi omeopatici si siano sempre preoccupati di Big Pharma, non abbiano invece mostrato lo stesso grado d'interesse nelle dinamiche commerciali di 'Big Homeopharma'.

 

 Che fine ha fatto, invece, Benveniste? Dopo il fallimento di diversi tentativi di riproduzione controllata dei suoi risultati – tentativi supervisionati dallo stesso Maddox - Benveniste non fu molto tenero con il direttore di Nature, che accusò di avergli teso una trappola. Il dibattito andò avanti su Nature a colpi di commenti per alcuni mesi, per poi spegnersi, come di costume nella chiusura di una controversia scientifica. L'enorme risonanza di cui ha goduto l'ipotesi dell'immunologo francese, tuttavia, ha fatto spesso passare in secondo piano il suo screditamento successivo, al punto tale che ancora oggi il lavoro di Benveniste viene spesso citato dai difensori dell'omeopatia per 'dimostrare' che questa funziona. E invece no, non funziona.

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